Volli…

Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli.

Vittorio Alfieri

Ogni caso – Wislawa Szymborska

Poteva accadere.
Doveva accadere.
E’ accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E’ accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.Perché da solo. Perché la gente.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

 

Wislawa Szymborska

Ernesto Guevara

Nasce il 14 giugno 1928 nella città di Rosario, Argentina, primogenito di Celia de la Serna e di Ernesto Guevara Lynch, costruttore edile. La famiglia è agiata e vive in una regione confinante con il Brasile e il Paraguay nel governatorato di Misiones che deve il suo nome ai gesuiti spagnoli.

Un istante poetico

Nel mio andarmene,
nel tuo restare -
due autunni.

SHIKI

La principessa sulla montagna di vetro

C’era una volta un re che amava moltissimo la caccia, e vi si dedicava molto, traendo grande piacere nell’inseguire gli animali della foresta. Trascorreva parecchio tempo fuori, in compagnia dei suoi segugi e del suo falco e non tornava mai indietro a mani vuote. Accadde però un giorno che non riuscì a stanare la sua preda nonostante la inseguisse fin dal mattino presto, e quando ormai si fece sera e stava per abbandonare il campo per tornarsene a casa con i suoi accompagnatori, s’imbatté in uno strano nano che vagava per la foresta. Allora lo inseguì e ben presto riuscì a catturarlo; quando poté osservarlo bene, rimase parecchio stupefatto dal suo aspetto, poiché lo strano omino era piccoletto e brutto come un troll, e aveva i capelli lunghi e ispidi come il muschio.

Oltretutto, il buffo omino non rispondeva alle domande che gli ponevano, e questo diede sui nervi al re, il quale era già di malumore per essere rimasto a mani vuote a caccia, e comandò ai suoi scudieri di prendere quell’uomo selvaggio e di custodirlo in un luogo sicuro, perché non potesse scappare; poi rientrò a palazzo.

montagna_vetroUna sera, mentre il re brindava e si divertiva in compagnia dei suoi fidi accoliti, il re prese in mano un corno e proruppe: “Cosa ne pensate della nostra giornata di caccia? Non siete anche voi seccati per essere tornati a casa senza preda? Non sono cose che ci succedono tutti i giorni!” E quelli risposero: “Maestà, è oltre modo vero ciò che dite, e potete star certo che al mondo non esiste uomo più abile e dodato di voi nell’arte venatoria; tuttavia non crucciatevi. In vero, una bestia l’avete catturata, ed è la creatura più brutta e bizzarra che si sia mai vista sulla terra.” Il re trasse estremo compiacimento da quel discorso, e chiese consulto ai suoi prodi riguardo al prigioniero, e su come secondo loro dovesse comportarsi da quel momento in poi con lui.

Ed essi risposero: “Non liberatelo per nessun motivo, ed anzi, è importante che egli rimanga confinato qui al palazzo, in modo che si sappia in ogni dove quale grande cacciatore voi siete. Ma dovete stare molto attento a che non scappi, e guardatevi bene da lui, poiché è una creatura astuta e maligna.” Il re stette un attimo in silenzio, riflettendo sui consigli che aveva appena ricevuto, poi svuotò il corno ed annunciò solennemente: “Farò come dite, e garantisco fin d’ora che non sarà mai colpa mia se il nano dovesse riuscire a fuggire. Ma giuro qui, davanti a tutti voi, che se ciò accadrà per colpa di altri, il colpevole sarà punito con la morte, si trattasse anche del mio stesso figlio.” Così dicendo, suonò forte il corno, in segno di solennità.

Ma ciò lasciò sconcertati i suoi cortigiani, poiché non l’avevano mai sentito parlare in quel modo prima d’ora, e pensarono così che probabilmente l’alcool gli avesse dato un pò alla testa. Il giorno dopo, al risveglio, il re si ricordò immediatamente del giuramento solenne fatto la sera prima, così mandò subito a prendere del legname e tutto l’occorrente necessario per far costruire una gabbia presso il palazzo, dove avrebbe fatto rinchiudere il nano. E la gabbia venne su talmente rigida, fatta con grandi assi e chiusa da robuste serrature e sbarre così d’acciaio, da essere impenetrabile come un fortino. Solo in mezzo alla parete c’era una fessura che bastava appena per far passare i viveri al prigioniero. Quando tutto fu pronto per il trasferimento, il re fece condurre il selvaggio, che fu sbattuto in gabbia e il re conservò personalmente le chiavi; nessun altro le aveva all’infuori di lui. Da quel giorno ci fu un continuo andirivieni di curiosi che si appostavano lì solo per guardarlo, ma egli non proferì mai una sola parola, né si lamentò in nessun modo con nessuno.

Trascorse un certo periodo di tempo, e il re fu costretto a partire per la guerra. La sera della partenza, fece alcune raccomandazioni alla moglie: “Mia cara, ti affido il regno e il popolo. Ma devi promettermi una cosa, che terrai ben sorvegliato il selvaggio: mi raccomando, mia cara, non lasciarlo mai scappare.” La regina promise di fare del suo meglio in questa e in tutte le altre cose, e il re le consegnò le chiavi della gabbia. Poi fece salpare le sue navi, alzò le vele e andò molto lontano, in altri regni, e ovunque andasse, ne usciva vittorioso.

La regina rimase sulla spiaggia a guardarlo finché riuscì a scorgere le bandiere sul mare, poi con le sue dame tornò al palazzo, dove attese pazientemente il ritorno del marito stando seduta a cucire. Il re e la regina avevano solo un figlio, un principino, ancora in tenera età, che prometteva bene. Durante la lunga assenza del padre, un giorno il bambino, mentre si divertiva giocando intorno al palazzo, capitò per caso di fronte alla gabbia del nano. Allora si mise lì seduto e tranquillo, a giocare con la sua mela d’oro. Mentre tutto contento giocava con la mela, capitò che quella si andò ad infilare nella finestrella della gabbia e finì tra le mani del nano, il quale gliela buttò fuori. Il bambino pensò che fosse proprio un giochino divertente, così gliela rilanciò per giocare, e quello gliela rilanciava. Continuarono così per un pò, finché il divertimento diventò una tragedia per il piccolo, perché il nano all’improvviso decise di tenersi la mela e non voleva più restituirgliela.

Allora il bambino protestò e si disperò, ma fu inutile perché il nano gli disse: “Senti, tuo padre è stato cattivo con me, e m’ha rinchiuso qui dentro, ma se tu adesso mi liberi, io ti ridarò la tua mela.” “Ma come faccio a liberarti?” rispose il bimbo, in lacrime, “Tu sei cattivo! Ridammi la mia mela! Ridammi la mia mela!” “Devi fare come io ora ti dirò” disse il nano. “Và da tua madre, e dille di spazzolarti i capelli. Poi stai attento, e cerca di rubarle le chiavi che porta alla cintura, e torna qui ad aprirmi. Dopo rimetterai le chiavi al loro posto, e nessuno si accorgerà di nulla!” Il bambino stentava, ma alla fine il nano riuscì a convincerlo; così il principino fece come il nano gli aveva detto: rubò le chiavi alla mamma, la quale non si accorse di nulla, e con quelle liberò il nano. Prima di fuggire via, il nano disse al ragazzo: “Tieni, eccoti la tua mela, come ti ho promesso, e ti sono immensamente grato per il servizio che mi hai reso. Ricordati, ogni volta che ti troverai in qualche guaio, in cambio per avermi ridato la libertà, io verrò in tuo soccorso.” Così detto, scappò via. Quando i servi scoprirono che il nano era era fuggito, ci fu grande agitazione.

La regina mandò invano i servi in ogni strada a cercarlo, ma inutilmente. Così passò dell’altro tempo, e la regina era piuttosto turbata, perché sapeva che il re poteva tornare da un momento all’altro ed ella avrebbe dovuto giustificare con lui la fuga del selvaggio. Infatti, poco tempo dopo, il re rientrò dalla guerra a bordo delle stesse navi con le quali era partito, e una grande moltitudine di gente s’affollò alla riva per dargli il bentornato. Subito il re chiese alla moglie se aveva fatto buona guardia come le aveva ordinato, e alla fine ella dovette confessare che era scappato. Il re era furioso per la notizia datagli dalla moglie, e lo era talmente che dichiarò solennemente che avrebbe scovato il colpevole, e che sarebbe stato punito con la morte, chiunque fosse stato. Fece passare al setaccio tutta la reggia e anche i bambini dovettero testimoniare, ma nessuno sapeva niente. Dopo che furono interrogati tutti quanti, fu la volta del principino, il quale affrontò coraggiosamente le ire del padre e confessò: “Padre, so bene che quel che vi dirò vi manderà in collera con me, ma non posso nascondervi la verità: sono stato io che ho fatto scappare il nano.” A queste parole mancò poco che la regina svenne, e anche tutti gli altri nella corte rimasero sconvolti nell’apprendere che il colpevole era proprio il principe, poiché tutti gli volevano bene, e tutti sperarono nella comprensione del re, ma egli, dopo una lunga pausa, proclamò: “Non sia mai che manchi alla mia stessa parola, anche se si tratta della carne della mia carne: anche se sei mio figlio, morirai come meriti.”

Detto questo, diede ordine di portare il principino nella foresta, e di ucciderlo, e di portare come prova della sua morte, il suo cuore. Quella sera ci fu grande dolore ovunque, a corte, e tutti cercarono in tutti i modi di intercedere per il principe presso il padre, ma egli fu irremovibile. Nonostante gli uomini del re erano addolorati per il povero principe, non poterono far altro che obbedire agli ordini, così lo portarono, come stabilito, nella foresta. Quando si furono addentrati abbastanza, videro un pastore che pascolava dei maiali, e così uno di essi disse all’altro: “Non mi sembra giusto togliere la vita al povero principino. Compriamo piuttosto un verro e prendiamo il suo cuore, così tutti crederanno che sia il suo.” L’idea sembrò buona all’altro compagno, e così fecero: comprarono un verro dal pastore, portarono l’animale nel bosco, lo uccisero e presero il suo cuore. Poi pregarono il principe di andarsene per la sua strada e non tornare mai più. Il principe ringraziò la buona fortuna e il buon cuore dei cortigiani del padre, e fece come dissero, se ne andò e vagò più a lungo e più lontano che poté, e con sé aveva soltanto noci e bacche che trovava nella foresta. Dopo che ebbe camminato per un bel pò, e fu già molto lontano, giunse nei pressi di una montagna, sulla cui sommità c’era un grande abete.

Gli venne allora l’idea di salire in cima per orientarsi meglio; salito su, guardò da un lato, guardò dall’altro, finché scorse a grande distanza un enorme palazzo che scintillava al sole. A quella vista si rallegrò moltissimo, e così si mise subito in cammino per raggiungerlo. Mentre camminava, incontrò per caso un ragazzo che stava arando un terreno; gli propose di fare uno scambio di vestiti e quello accettò. Così equipaggiato, raggiunse il palazzo ed entrò. Chiese lavoro, e fu preso a pascolare le bestie del re. Ogni giorno andava al pascolo con i suoi animali, e con il passar del tempo divenne grande e valoroso, tanto che in nessun luogo c’era l’uguale.

Ma parliamo ora del re, che era il padrone di quella reggia. Egli aveva avuto una moglie, la quale gli aveva dato un’unica figlia, una fanciulla incantevole, dolce e gentile, e chiunque avesse conquistato la sua mano, sarebbe stato fortunato. Quando la principessa compì 15 anni, aveva già un esercito di pretendenti, i quali aumentavano sempre di più. Il re, perciò, non sapeva più cosa decidere, e così, un giorno, andò da sua figlia a chiederle che scegliesse lei chi voleva sposare, ma lei non volle.

Questa risposta mandò in collera il re, che disse: “Ah si? Bene, allora, visto che non vuoi sceglierti un marito, allora ne sceglierò io uno per te, ma poi non lamentarti se non dovesse piacerti!”. Fece per andarsene, ma la figlia lo trattenne: “Va bene, padre, come vuoi tu; ma sappi che non accetterò uno qualsiasi, ma soltanto il cavaliere che sarà in grado di arrivare con il suo cavallo in cima alla montagna di vetro.” L’idea piacque al re, e incitato dalle parole della figlia, fece emanare in tutto il regno un editto in cui si proclamava che il cavaliere che fosse riuscito nell’impresa, avrebbe avuto la principessa in sposa. Quando arrivò il giorno stabilito per la prova, la principessa fu trasportata in cima alla montagna di vetro, con grande pompa. Lì si mise seduta sul trono, sul punto più alto, con una corona d’oro sulla testa, e una mela d’oro in mano. Ai piedi della montagna erano già pronti nobili cavalieri, a bordo dei loro baldi destrieri, equipaggiati di splendide armature, che scintillavano, accecanti. E tutto intorno il popolo affluiva in grandi schiere per assistere allo spettacolo.

Quando tutto fu pronto e venne dato il via, nello stesso istante i cavalieri partirono a razzo verso la salita del monte. Ma la montagna era alta, ripida, e liscia come il ghiaccio, e quindi nessuno riusciva a resistere per più di qualche passo e poi, inevitabilmente, scivolano tutti giù e finivano a terra a gambe all’aria e con l’amor proprio offeso. Da questo nasceva un terribile frastuono, i cavalli nitrivano, il popolo gridava e le armi strepitavano, tanto che si sentiva molto lontano. E poi, mentre la confusione regnava sovrana, il giovane principe era come al solito occupato con il suo bestiame.

Udendo da lontano il fragore del tumulto, sedette un istante su un masso, si lasciò andare la testa fra le mani, e pianse. Pensò alla bella principessa, e a quanto avrebbe voluto essere anche lui uno di quei cavalieri. Se ne stava così pensieroso, mentre all’improvviso udì un rumore di passi, e guardando in su, vide il famoso nano che aveva liberato, stare proprio lì, ritto di fronte a lui. “Ti ringrazio ancora per quello che hai fatto per me” disse, “ma ora perché te ne stai lì tutto solo e triste?” “E come potrei non esserlo?” rispose il principe, “a causa tua sono dovuto fuggire dal regno di mio padre, che mi voleva morto, e ora, che vorrei tanto poter tentare anch’io di salire sulla montagna di vetro, e conquistare la principessa, non ho nemmeno un cavallo, né un’armatura.” “Oh, se è solo di questo che si tratta,” rispose il nano, “è presto fatto: ricordi, no? Tu una volta hai aiutato me, e ora io aiuterò te!” Quindi prese per mano il principe, lo portò sotto terra nella sua grotta. Gli mostrò una splendida armatura d’acciaio puro, così luminosa e brillante che spargeva una luce bluastra per tutta la stanza. E lì, accanto all’armatura, stava pronto un magnifico cavallo sellato che grattava in terra con gli zoccoli d’acciaio e mordeva il freno al punto che la schiuma bianca scorreva fino a terra.

Il nano disse al principe: “Presto, preparati, e vai a tentare la tua fortuna, ci penso io, intanto, alle tue bestie.” Il principe non se lo fece dire due volte, indossò l’elmo e la corazza, si mise gli speroni ai piedi e si legò la spada al fianco e con quella corazza d’acciaio si sentiva leggero come un uccellino nell’aria. Poi saltò in sella, spronò il cavallo e corse via verso la montagna. I pretendenti della principessa stavano terminando la gara e nessuno di loro aveva vinto il premio, sebbene tutti avessero fatto quello che potevano, e mentre se ne stavano lì a pensare che forse un’altra volta sarebbero stati più fortunati, improvvisamente videro un giovane arrivare a cavallo dal bosco, diretto verso la montagna, e stava in sella proprio come un cavaliere, ed era un piacere vederlo.

Istantaneamente, tutti gli sguardi furono su di lui, mentre tutti bisbigliavano tra loro chiedendosi chi mai potesse essere quello strano cavaliere giunto dal nulla. Ma non ebbero molto tempo per pensare, poiché Ma non ebbero tempo di chiedere, perché appena uscito dal bosco si alzò sulle staffe, spronò il cavallo e corse come una freccia salendo la montagna di vetro. Purtroppo però non giunse in cima, e quando fu arrivato pressappoco a metà montagna, girò i tacchi e ridiscese, così fulmineamente che il fuoco sprizzava dagli zoccoli, e sparì con la stessa velocità in cui era arrivato. Ora, come è facile immaginare, ci fu grande stupore tra la folla che aveva assistito a tutta la scena, e fu parere unanime che al mondo non ci fosse cavaliere più valoroso, né un altrettanto prode destriero. Si sparse inoltre la notizia che la principessa fosse dello stesso avviso, e che ogni notte sognasse l’affascinante straniero.

Passato qualche tempo, i pretendenti della principessa furono chiamati a una seconda prova. Tutto si svolse come la volta precendente, con la principessa che fu portata sul punto più alto della montagna, e fatta sedere sul trono, con la mela d’oro nella mano. Ed esattamente come l’altra volta, tutti i cavalieri presenti fallirono ancora una volta nell’impresa, finendo poco gloriosamente a gambe all’aria. Nello stesso momento, il giovane principe se ne stava al pascolo con il suo gregge, ed era triste e infelice perché avrebbe desiderato ritentare la fortuna anche lui. Ancora una volta, fu raggiunto dal nano, il quale, dopo aver ascoltato i suoi lamenti, lo condusse di nuovo nella sua botola, dove era pronta un’armatura forgiata d’argento scintillante come la luna, accompagnata da un bellissimo cavallo bianco come la neve, completamente sellato che grattava in terra con gli zoccoli d’argento e mordeva il freno, tanto che la schiuma schizzava. Di nuovo il nano invitò il principe a montare a cavallo e correre alla gara, ed egli cavalcò di gran carriera verso la montagna di vetro.

Come l’altra volta, il giovane irruppe all’istante tra la folla dei pretendenti ormai sconfitti, e tutti gli sguardi furono su di lui, e subito riconobbero il prode cavaliere che la volta precedente si era così valorosamente distinto; ma egli diede loro ben poco tempo per pensare, perché corse come un razzo su per il pendio. Questa volta giunse quasi in cima, allorché fece un inchino in segno d’omaggio alla principessa, e poi girò i tacchi e ridiscese la china facendo scintillare gli zoccoli. Poi scomparve nel bosco, con la stessa velocità in cui era venuto. Gli eventi si ripeterono allo stesso identico modo anche la terza volta, eccetto per il fatto che questa volta il giovane principe, equipaggiato in una sfolgorante armatura d’oro, giunse finalmente in cima alla montagna di vetro, poi scese da cavallo, fece un profondo inchino davanti alla principessa, e dalla sua mano ricevette la mela d’oro. A questo punto, crederete forse che il nostro eroe sia rimasto sulla vetta insieme alla bella principessa?

No, perché esattamente come le altre volte, egli girò i tacchi, ridiscese, e volò via nella foresta, veloce come il vento. Ciò nonostante, un tripudio di gioia si era elevato dalla folla accorsa anche quel giorno; corni e trombe risuonarono per festeggiare la riuscita dell’impresa, allorché, con grande gaudio, il re proclamò lo sconosciuto cavaliere in armatura d’oro, vincitore della gara. Ora restava sola da scoprire chi fosse il misterioso cavaliere d’oro, perché nessuno nel regno lo conosceva. Per giorni e giorni sperarono che prima o poi egli si presentasse da solo a corte, ma sfortunatamente ciò non accadde.

A lungo andare, la sua assenza cominciò a innervosire e a sovreccitare il popolo, mentre la principessa stava in ansia giorno dopo giorno, e impallidiva sempre di più. Il re, impaziente, cominciò ad irritarsi seriamente per la faccenda, mentre i pretendenti mormoravano pettegolezzi. Quando sembrò che non ci fosse altro da fare, il re fece annunciare una grande assemblea al palazzo, e ogni uomo, che fosse di alto o basso lignaggio, doveva presentarsi, affinché la principessa potesse scegliere fra loro. Nessun uomo del regno esitò a presentarsi, così quel giorno ci fu una grande folla.

Quando furono tutti riuniti, la principessa uscì dalla reggia con gran fasto e insieme alle sue damigelle andò in giro fra la folla. Ma sebbene cercasse ovunque, non trovava colui che cercava. Finalmente, scorse tra la folla un uomo con un gran cappello un ampio mantello grigio, alla maniera dei pastori, con il cappuccio che gli copriva interamente il volto. Ma la principessa, che lo riconobbe lo stesso, si precipitò verso di lui, gli sfilò dal volto il cappuccio, lo abbracciò e gridò, eccitata: “E’ lui, è lui!” Allora la folla scoppiò in una fragorosa risata, perché era soltanto il pastorello del re; anche il re lo riconobbe, ed esclamò, in un modo non troppo allegro: “Oh Santo Cielo, tu guarda che razza di genero mi tocca!” Ma il giovane principe, avvicinatosi al re, disse: “Maestà, non datevi pena per questo, e tranquillizzatevi, poiché vostra figlia sta per sposare un uomo alla sua altezza: perché dovete sapere che in realtà io sono figlio di re.” Così dicendo, si tolse il mantello, e in quell’istante, la stessa moltitudine che poco prima aveva riso di lui, ora taceva, poiché in quell’istante essi riconobbero nel giovane pastore il valoro cavaliere in armatura d’oro, che quel giorno aveva compiuto l’impresa, salendo sulla vetta della montagna di vetro, e che aveva preso la mela d’oro dalle stesse mani della principessa.

E così, in tutta la sala fu un’esplosione di ammirazione e di gioia, come mai prima d’allora era successo. Il principe prese la sua amata tra le braccia, e le raccontò tutto del suo passato e della sua famiglia. Il re diede subito il via ai preparativi delle nozze, alle quali fu invitata tutta la gente del regno, compresi i pretendenti che la principessa aveva avuto fino allora. Le nozze furono celebrate con grande fasto, e fu dato un glorioso banchetto. E così, ecco come il principe aveva conquistato la bella principessa e metà del regno del padre di lei, e dopo i primi sette giorni dei festeggiamenti, il principe prese con sé la sua sposa e con lei tornò al palazzo di suo padre, dove entrambi piansero di gioia e di commozione per aver ritrovato il loro figlio che credevano perduto per sempre. Il principe e sua moglie vissero a lungo felici e contenti, ma nessuno seppe più nulla del buon nanetto.

Fonte delle traduzione: Parole d’autore

Fonte originale: Swedish Folktales

Figli dell’epoca (Wislawa Szymborska)

Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.

Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.

Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.

Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.

Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.

Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.

Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.

 

Wislawa Szymborska

Produzione reale, speculazione e crisi

L’economista palermitana Lidia Undiemi ci parla del “Fondo Salva Stati” e di una deriva preoccupante dell’architettura politico/economica dell’ EU. In pratica l’economia reale diventa ostaggio della speculazione. Non serve più una crisi per poter licenziare.

Ascesa E Caduta Di Mussolini (video documentario)

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